Tra le valli ossolane e il Verbano si estende il Parco Nazionale della Val Grande, spesso descritto come la più vasta area wilderness delle Alpi italiane: un territorio impervio, privo di insediamenti stabili, dove la natura ha ripreso il sopravvento su antichi alpeggi e sentieri di collegamento tra le valli.
La wilderness più estesa delle Alpi
Il parco tutela un ambiente selvaggio fatto di boschi, valloni scoscesi e creste rocciose, abbandonato dall’uomo nel corso del Novecento e oggi tornato a una natura pressoché incontaminata. Proprio questa assenza di presenza umana stabile lo rende un caso unico nel panorama alpino, apprezzato da escursionisti esperti in cerca di silenzio e isolamento.
Escursionismo impegnativo
A differenza di molte altre mete alpine dell’Ossola, il Parco Val Grande richiede un’buona preparazione escursionistica: sentieri poco frequentati, segnaletica non sempre capillare e la necessità di pianificare con attenzione i tempi di percorrenza. Per questo è consigliato affidarsi a guide locali o a itinerari ben documentati, soprattutto per chi non conosce già la zona.
Per itinerari consigliati, punti di accesso e informazioni sui rifugi, il riferimento è il sito ufficiale del Parco Nazionale della Val Grande.
I punti di accesso dalla Val d’Ossola
Diversi sentieri di avvicinamento al parco partono dal versante ossolano, tra cui quello che si snoda nei pressi di Trontano, già oggi punto di partenza verso l’area protetta per chi cerca un primo contatto con questo ambiente.
Un contrasto suggestivo con i vigneti di fondovalle
Il contrasto tra l’asprezza del Parco Val Grande e la dolcezza dei vigneti terrazzati di fondovalle è uno dei tratti più affascinanti della Val d’Ossola: dopo un’escursione impegnativa, una degustazione in cantina è un modo piacevole per tornare a valle e chiudere la giornata.
Un’esperienza per escursionisti esperti
Chi affronta i sentieri del Parco Val Grande deve mettere in conto tempi di percorrenza più lunghi rispetto ad altre mete alpine dell’Ossola, oltre a un’assenza quasi totale di punti di appoggio lungo il cammino: proprio questa scarsità di infrastrutture è ciò che ha permesso alla natura di riprendersi il territorio in modo così completo, rendendo il parco un caso di studio unico anche a livello internazionale per la gestione delle aree wilderness.
Da valle abitata a wilderness
La Val Grande vide la presenza di pastori almeno a partire dal XIII secolo, e dal Quattrocento anche di boscaioli. Con la fine della Seconda Guerra Mondiale, boscaioli e montanari abbandonarono progressivamente la valle, lasciando che il bosco riconquistasse il territorio: nel giro di cinquant’anni la Val Grande assunse un aspetto così selvaggio e impervio che nel 1983 fu individuata dall’Associazione Italiana per la Wilderness come una delle aree più interessanti a livello internazionale in questo campo.
Il rastrellamento del 1944
Durante la Seconda Guerra Mondiale, il territorio impervio della Val Grande e della vicina Val Pogallo offrì rifugio a numerosi partigiani. Nel luglio 1944 i nazifascisti condussero un violento rastrellamento dell’area, che causò circa 300 morti tra i partigiani, la distruzione di 208 baite e il danneggiamento o la distruzione di 50 abitazioni a Cicogna. Anche i civili, i montanari e i pastori furono vittime del rastrellamento, pagando con la vita o con l’incendio delle proprie stalle il sostegno dato alla Resistenza: un capitolo doloroso che resta parte della memoria storica di questo territorio, oggi tornato alla quiete della natura.
Oggi il Parco Nazionale della Val Grande rappresenta anche un simbolo di rinascita: la stessa natura che un tempo era stata teatro di sofferenza e distruzione durante il rastrellamento del 1944 ha saputo riprendersi completamente il territorio, trasformandolo in uno dei santuari di biodiversità più importanti delle Alpi italiane, visitato oggi da chi cerca silenzio e autenticità.